
TEMPI MODERNI
(Modern Times, Usa 1936, b/n)
Durata 85’
Regia Charlie Chaplin
Sceneggiatura Charlie Chaplin
Produttore Charlie Chaplin per United Artists
Musica Charlie Chaplin
Personaggi ed interpreti Charlie Chaplin (Charlot), Paulette Goddard (orfana), Henry Bergman (padrone del caffè), Stanley Blystone (sceriffo), Chester Conklin (capo meccanico), Allan Garcia (direttore della fabbrica)
Trama
Il protagonista Charlot, operaio di fabbrica addetto alla catena di montaggio, perde il lavoro e finisce in manicomio per colpa di un esaurimento nervoso dovuto all'alienazione da lavoro. Una volta dimesso, conosce la disoccupazione, quella della Grande Crisi. Nel corso di uno scontro tra operai e polizia viene arrestato ed in seguito anticipatamente scarcerato. Di nuovo disoccupato passa da un impiego all’ altro (di nuovo operaio, poi guardiano notturno in un grande magazzino), viene nuovamente incarcerato ed infine trova lavoro in un cabaret (nella duplice veste di cameriere e cantante) insieme alla "monella", una ragazza povera che, per non finire con le sorelle in un orfanotrofio, si era unita a lui. Ma l'intervento della polizia, che vorrebbe portare la ragazza all'orfanotrofio, costringe i due ad una nuova fuga in cerca di tranquillità.
Nel 1936 (anno di uscita del film), Hollywood conosceva il sonoro già da dieci anni, ma Chaplin aveva continuato a girare film muti, convinto che il cinema stesse soprattutto nelle immagini e non nel dialogo.
In questo caso fa qualche piccola concessione al sonoro, con alcuni fondamentali rumori ma soprattutto in un unico stupefacente monologo recitato in una lingua incomprensibile sulla musica, da lui stesso composta. E probabilmente non è un caso che questo film, in cui il silenzioso Charlot parla – seppure a suo modo – sia anche l’ ultimo a vederlo come protagonista, in una sorta di “canto del cigno”. Con la sua pellicola successiva – "Il grande dittatore" – infatti Chaplin rinunciò definitivamente al muto ed insieme ad esso cancellò per sempre anche Charlot.
Al di là di questa funzione di “spartiacque” nella cinematografia di Chaplin, “Tempi Moderni” indubbiamente è un film che colpisce per la ricchezza di spunti – creativi, ideologici, biografici – che lo animano. “Tempi Moderni. Una storia sull’ industrializzazione, sull’imprenditoria – sull’ uomo che si batte per conquistare la felicità.” E’ questa la frase che compare sulla schermata iniziale del film, di cui tuttavia rappresenta una definizione fin troppo sintetica. Certamente “Tempi Moderni” è tutto questo, ma anche molto altro, in un susseguirsi vorticoso di gags ed avvenimenti che dipingono un quadro completo ed incredibilmente dettagliato della realtà sociale dell’ epoca – e della condizione umana di chi in essa vive.
Già negli anni precedenti la realizzazione del film Chaplin aveva iniziato ad interessarsi alle problematiche legate alla massiccia industrializzazione e ai cambiamenti produttivi apportati dall’ introduzione nelle fabbriche delle catene di montaggio; agli effetti che l’ automazione sfrenata aveva sull’ individuo-lavoratore. L’ operaio Charlot finisce in manicomio perchè alienato dal suo stesso lavoro: il suo esaurimento nervoso è sì causato dallo stress accumulato nella corsa alla razionalizzazione produttiva (bandiera del capitalismo statunitense di impronta fordiana), ma è anche figlio dello stacanovismo di matrice sovietica. Il messaggio è chiaro: i macchinari sono fonte di progresso solo se non danneggiano il singolo essere umano, e per ottenere ciò devono essere utilizzati senza scopi di lucro. L’ utopia presente in questa visione delle cose era certamente chiara anche allo stesso Chaplin, che mai utilizza l’ ironia in maniera tanto efficace come nelle scene girate in fabbrica. Geniale è l’ idea della macchina per l'alimentazione automatica degli operai, testata usando Charlot come cavia, mentre la scena in cui rimane incastrato negli ingranaggi dell’ enorme macchina industriale racchiude in sè una tale forza visiva ed insieme una poesia che la rendono la sequenza simbolo dell’ intero film.
Anche fuori dalla fabbrica si fanno i conti con la realtà, fortemente segnata negli Stati Uniti di quegli anni, dalla grande crisi del 1929. Tutto gira intorno ad una preoccupazione primaria: la sopravvivenza, tradotta nel bisogno di cibo. E’ la fame – o meglio, il terrore che essa genera – che spinge Charlot a cercare incessantemente un lavoro, ed è sempre presente, fino a divenire il comune denominatore di gags e personaggi. L’ incontro con l’ orfana avviene per il furto di una forma di pane, i ladri nel grande magazzino in realtà sono solo disoccupati affamati, persino l’ episodio della cocaina – che renderà Charlot un eroe all’ interno del carcere e gli restituirà la libertà – è causato dalla voracità mai sazia del protagonista. E’ difficile non vedere in questa ossessione ricorrente dei riferimenti all’ infanzia dello stesso Chaplin, caratterizzata da miseria, abbandono, continue vicissitudini per riuscire a cavarsela e “restare a galla” nonostante tutto. Probabilmente è questa la “conquista della felicità” di cui parla all’ inizio: avere quel poco che serve – sia esso la colazione, una ragazza, un tetto sulla testa, o anche la vita lontano dalla modernità – per sperare di farcela.
Sara Camplese
Filmografia essenziale (solo lungometraggi):
"Carmen", 1916;
"Il monello", 1921;
"La donna di Parigi", 1923;
"La febbre dell'oro", 1925;
"Il circo", 1928;
"Luci della città", 1931;
"Tempi moderni", 1936;
"Il grande dittatore", 1940;
"Monsieur Verdoux", 1947;
"Luci della ribalta", 1952;
"Un re a New York", 1957;
"La contessa di Hong Kong", 1967